Zio Pasa

14 novembre 2008

senza titolo

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In una sala finto-rinascimentale del centro di Torino, la sera del 17 Aprile 2009, decine di persone della medio-alta borghesia si diedero appuntamento per il Gran Ricevimento. I signori erano vestiti di lugubri abiti scuri, forse utilizzati l’ultima volta per il funerale di qualche vecchio amico o per la laurea di un lontano parente. Le signore sfoggiavano quello che probabilmente era l’unico abito firmato del proprio guardaroba, con gonne al ginocchio che svelavano, avvolte in collant neri, gambe invecchiate e spigolose, e ampie e generose scollature, ormai cadenti. I giovani che parteciparono al Ricevimento avevano stampata in viso l’aria di chi voleva essere da tutt’altra parte, ma era stato in qualche modo obbligato dai genitori a partecipare. Essi erano gli unici vestiti “normalmente”, con abiti giovanili da vita quotidiana, quelli che siamo abituati a vedere indosso ai nostri ragazzi quando vanno a scuola, per intenderci; tuttavia, le loro scarpe costituivano un’eccezione: esse erano sicuramente nuove, lucide, decisamente eleganti, francamente mal indossate e accostate in maniera pessima al resto del vestiario; davano proprio l’impressione di essere state acquistate l’ultimo giorno prima del Ricevimento, magari grazie alle pressioni delle signore madri preoccupate del bell’apparire dei loro pupilli. “Almeno comprati un paio di scarpe decenti”…probabilmente i giovani rampolli avevano ancora nelle orecchie questa frase assillante ed evidentemente avevano ceduto alle richieste materne. Quando la sala venne riempita dagli illustri invitati, il risultato oggettivo, almeno a livello di immagine, fu pessimo. I sorrisi tirati e i corpi trascurati delle signore che tentavano di intavolare dei discorsi (rigorosamente in gruppi di 2 o 3) stridevano con l’eccessiva eleganza dei loro abiti. Le risate sguaiate dei signori, i quali si erano radunati in crocchi di 7 o 8 e si scambiavano battute volgari, facevano a pugni con i funerei abiti scuri. L’atteggiamento annoiato e le rozze posture dei ragazzi, infine, erano in netto contrasto con lo sfarzo e gli eleganti colori della sala.

L’evento procedeva comunque nel migliore dei modi. A poco a poco i piccoli gruppi che si erano formati si sciolsero e iniziò la spasmodica ricerca del “compagno di conversazione”. Ciascuno aveva ben chiaro, anche se forse solo inconsciamente, quale fosse il proprio obiettivo. I signori erano alla ricerca di qualcuno con cui “condividere” le proprie esperienze lavorative, i propri pruriti culturali, le proprie pensate politiche; in realtà, il miglior compare possibile sarebbe stato quello che avrebbe parlato poco e ascoltato molto, magari limitandosi a fare qualche domanda. Questo atteggiamento avrebbe dato modo all’interlocutore di incentrare la discussione esclusivamente sulle proprie attività gratificando quell’attitudine alla vanità e all’egocentrismo presente in ciascuno di noi. La conclusione ad una discussione simile sarebbe stata quella che ciascuno dei signori reputava la migliore possibile: “Ho surclassato il mio interlocutore. Non riusciva neanche a starmi dietro. Non c’è da stupirsi, vista la mia cultura. Certo che la gente è proprio ignorante”…e via dicendo. La realtà fu che, nutrendo tutti il medesimo desiderio, ciascuno si accontentò di ciò che trovava, auto-convincendosi, però, che la persona prescelta fosse di gran lunga la più interessante dell’intera sala. Le signore dal canto loro erano alla ricerca di un’interlocutrice con cui sfogare le proprie delusioni e frustrazioni lavorative, casalinghe e familiari. La doti più ricercate erano la comprensione ma soprattutto la tendenza a dare consigli. Ciascuna di esse, in cuor suo, sapeva perfettamente che l’attitudine a dare consigli alle sconosciute spesso si accompagna con la meschina tendenza al pettegolezzo e all’indiscrezione. Ma ciò non frenava la sete di ricevere consigli intimi, che puntualmente sarebbero stati disattesi o addirittura dimenticati dal giorno seguente. Ciascuna fu in qualche modo soddisfatta dell’esito delle conversazioni stabilite: chi di esse aveva l’intenzione di curiosare magari dando lì per lì qualche dritta trovò ben presto qualche signora che preferiva invece sfogare le proprie difficoltà nella vita e ricevere consiglio. I ragazzi, invece, trovarono che quella sera fosse stranamente difficile relazionarsi con gli altri. Ciò era motivo di grande imbarazzo per dei giovani che solitamente erano abituati a rompere facilmente il ghiaccio e a comportarsi in modo dinamico anche all’interno di grandi compagnie. Forse mancava un leader, forse non si era creato il giusto clima, forse non vi erano all’interno del gruppo amicizie consolidate e trascinanti. Il risultato comunque fu che la conversazione stentava parecchio e si limitava a qualche annoiata battuta rituale.

Martino era un ragazzo come gli altri, vestito come tutti, anche lui quella sera condivideva gli stessi problemi relazionali dei suoi coetanei. Egli si distingueva però in alcuni aspetti che non si possono vedere, se non con un’attenta e introspettiva analisi della profondità dello sguardo: i pensieri e le grandi aspirazioni. Gli altri invitati erano troppo distratti o forse troppo calati nei panni del partecipante a un evento mondano per accorgersi della particolarità del ragazzo, e sicuramente anche noi non ci saremmo accorti di lui avessimo preso parte al Ricevimento. Martino questo lo sapeva, comprendeva che nessuno quella sera avrebbe condiviso con lui i profondi pensieri e le sublimi aspirazioni dell’anima che occupavano così amabilmente il suo tempo durante il Ricevimento. Aveva osservato tutti attentamente, aveva riso interiormente, presuntuosamente compiaciuto, nel notare che ognuno si comportava in maniera che lui riteneva prevedibile. Nulla di quanto stava succedendo lo aveva stupito. Martino non era però un ragazzo solitario: quanto avrebbe desiderato coinvolgere ciascuno degli invitati nelle immense realtà trascendenti che lo stavano risucchiando! Quanto gli dispiaceva di essere solo nell’infinito! Egli sentiva questa spinta a coinvolgere le altre persone non solo come desiderio ma addirittura come necessità: gli pareva impossibile vivere in un’immensa verità solitaria!

Martino lo sapeva che era quella la verità ultima, quel bagliore consolante che ora si stagliava davanti ai suoi occhi. Lo sapeva che non c’era nulla di vero in quello che gli capitava alle spalle, nei suoni, negli odori, nei colori di quella sala finto-rinascimentale. Non c’era nulla di vero in quei giorni di giovinezza che trascorrevano apparentemente indistinti, uguali a quelli di tutti i suoi coetanei. Non c’era nulla di vero forse persino nella vita. O meglio, in quella che fino a quel momento aveva chiamato “la mia vita”. Perché Martino in quegli istanti concepì fortissimo il desiderio di morire, di sperimentare quella che l’uomo ha sempre definito “morte”: essa pareva al ragazzo come l’unica via per lasciarsi ancora più indietro ciò che aveva alle spalle e avvicinarsi a ciò che aveva di fronte, quella luce infinita in cui la sua piccola anima era allo stesso tempo strettamente circoscritta e immancabilmente persa come una molecola di acqua nell’oceano. Davanti a tutto ciò la morte non rappresentava più l’evento macabro che gli umani descrivevano, né un passaggio, tanto meno una trasformazione. Essa era l’avvicinarsi fino a farne parte della sua persona all’Assoluto.

Martino, essendosi ormai completamente dimenticato della festa e degli altri invitati che lo avevano lasciato solo a vagare nell’unico mondo reale, la trovò: trovò quella stanza buia e infinita in cui ciascuno di noi possiede l’Interruttore. Nonostante l’oscurità, il ragazzo non faticò a trovare il suo Interruttore e, senza neanche pensare, perché in quella stanza la parola “pensiero” perde ogni significato, lo premette. I muri della stanza si aprirono e ricomparve il gran bagliore. I ricordi della sua giovinezza perdevano gradualmente ma rapidamente significato, sbiadendo nel soffitto della sua anima: Martino provò un gran senso di consolazione.

Alla fine, quando tutto era scomparso e la luce divenuta talmente intensa da non potersi distinguere dall’oscurità, Martino restò immobile per l’eternità. Quella sera non fu lui a morire ma il piccolo mondo che lo aveva imprigionato.

4 Comments:

  • At 14 novembre, 2008 17:29, Blogger gigilentini said…

    degno del miglior buzzati ma con un tocco di nalbosità (o perplimità?????)....
    ora scatta la sfida con sgo, racconto zombesco contro racconto buzzatesco!
    va bene, basta neologismi e cazzate! comunque molto bello il racconto! il racconto del ricevimento è una fotografia perfetta! Ma chissà cosa sarà stato sto ricevimento? l'appuntamento con il grande giudizio universale?

    ciao nalbun!
    stasera viene don quintin a cena, vi aspettiamo venerdì prossimo...nè?

     
  • At 14 novembre, 2008 17:32, Blogger Zio Pasa said…

    come hai fatto a leggerlo così rapidamente?

    comunque, non ci sono significati e allegorie nascosti, è solo...così com'è.

    per venerdì non ci sono problemi...ciao ciao.

     
  • At 24 novembre, 2008 17:00, Blogger gigilentini said…

    uso google reader per leggere i vari blog e siti che mi interessano, per cui ricevo gli aggiornamenti in tempo reale. sono i commenti che, come puoi notare, non ricevo e che mi perdo...

     
  • At 30 novembre, 2008 18:50, Blogger Seven said…

    apparte l'inizio un po' stentato
    mi è sembrato molto carino....e molto autobiografico...^_^

     

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